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Ever looked at your favorite painting and wished you could wander inside, to look at it from different perspectives? Spend a single day in one of mine, from early sunrise on a new day, to dusk when lights come on in cosy homes; through a peaceful night, till morning. Robbie Dingo

 Stavolta inizio con una citazione dovuta ad una scoperta tanto casuale quanto inattesa. Qualche giorno fa vagavo alla ricerca della Notte Stellata di Vang Gogh, e sono finita in un museo, suggestivo e bello, ma veramente troppo simile ad un museo. Quello che avrei voluto era entrare nel quadro di Van Gogh, una cosa che in un modo o nell’altro mi aspettavo potesse accadere in Second Life. Ho questa idea del viaggio la dentro che mi accompagna quando sento il bisogno di andare da sola alla ricerca di qualcosa di nuovo (e la mia metafora attuale per rappresentare SL è quella di una fonte inesauribile) e che mi fa pensare che ogni volta che immagino qualcosa, qualcosa troverò. E così è stato, da sola ho trovato un simulacro. Ho fatto le foto, ho visitato, ho guardato e ho pensato, dentro di me, che qualcosa di più si poteva fare. Second Life, per chi la sa usare, è il Matrix, la matrice, non solo una realtà esistente, ma una realtà plasmabile, costruibile. Il concetto di software e il concetto del digitale in generale. Tutto quello che vedi è stato fatto da qualcuno, e chiunque può fare qualcosa. E’ possibile mettere le mani sopra la materia e creare un mondo, anche solo un pezzettino, e lasciarlo la. Per gli altri, il resto del mondo. Questa sola possibilità, per me,  rende tutto impressionante. Ho come obiettivo l’imparare a costruire e creare cose la dentro, imparare a scriptare, imparare a plasmare la materia tridimensionale e fare qualcosa. La mia cosa. Ma divago. E quindi il museo che era un museo era bello, ma mi è sembrato poco.  Poi l’altra sera chiacchieravo con una persona la quale mi fa, a un certo punto, ‘Vuoi vedere una cosa bella?’ e mi arriva un link. Come una specie di connessione cerebrale casualissima, iniziano le prime note del video ed era una canzone che amo molto, Starry Night.  Il video non è una vera machinima, è una ripresa fissa verso un monitor, velocizzata, e dura quanto dura la canzone. Inizialmente c’è il vuoto, e poi arriva un avatar, l’avatar alza le mani e appaiono ascisse e coordinate e il volume. Piano piano, passo passo, pezzettino a pezzettino appaiono cose, e vedi che c’è una texture fatta di pennellate che hanno il colore del blu di cobalto, del giallo di napoli chiaro e scuro, del superbianco maimeri, del blu di prussia, del grigio di payne. Queste texture prendono la forma delle onde e poi delle montagne. Poi l’avatar vola ed inizia ad ergere dei muri, e delle torri, e appaiono le case e il campanile. E quando il piccolo villaggio è finito, cala il cielo, e cala la notte, e iniziano ad accendersi le luci alle finestre. Perché è notte, e la gente di notte, in casa, se non dorme e deve vivere parlare magiare leggere amare carezzare un gatto, accende la luce. E poi l’avatar fa la magia del prime della palla, e crea la stella che si può illuminare, perché la funzione build ti permette di scegliere la materia, dal legno, alla carne umana, al vetro, e puoi anche farla luminescente.  L’ultima cosa che crea è un albero, e fa il force the sun all’alba, e il cielo azzurro della notte diventa rosa alla luce del sole. Tutto questo accade mentre l’avatar costruisce, come un mago dalle cui mani escono raggi a forma di palline luminose che seguono la linea retta della direzione del suo sguardo. E capisci cosa sta pensando. Da quale parte la magia sorgerà, e vedi le cose che piano piano da volumi grezzi ed informi diventano alberi, montagne, case, in una composizione che è immensa. Infinità che si espande in una forma. E’ un video che mi ha toccato il cuore. Così tanto che appena è finito ero coperta di brividi e ho cercato l’artista in Second Life. Sono arrivata al suo blog e la prima cosa che ho detto alla persona che mi ha regalato il link è stata “Spero di non trovare la sua foto”. Non volevo sapere altro. Se la prima cosa che ho fatto è stata cercare la sua esistenza è perché volevo entrare in quel miracolo che avevo visto nel video, il mio desiderio inespresso dell’altra sera.  Una cosa che ho percepito come una comunione spirituale: cercavo qualcosa, avevo un bisogno ed una idea, e c’era qualcuno che aveva percepito la stessa sensazione, ed era riuscita a realizzarla. Poi però ho scoperto dal blog che la virtual Starry Night non c’era più: era stata pensata come un progetto temporaneo, e il video era l’ultima ed unica testimonianza rimasta. E alla fine sono riuscita a spiegare perché non volevo vedere assolutamente la foto di quella persona dopo avere visto il video e avere avuto l’esperienza di bellezza che ho avuto. Perché il senso di quello che aveva fatto stava nel video che raccontava il processo, e non nel simulacro che rimane alla fine del processo, e cioè il risultato. Guardare una persona fare le cose così come è possibile attraverso un filmato che riprende dall’inizio alla fine la creazione di un mondo in Second Life, è esattamente come sbirciare nel cervello di quella persona. Fermarsi e entrare nella sua immaginazione, seguire la sequenza delle idee mano mano che gli vengono e vedere come ragiona e come realizza quella che poi, alla fine, chiamiamo arte e fa lo stesso effetto di una magia. E’ un regalo prezioso su una pluralità di livelli. Artistico sicuramente è il primo, ed emotivo, intimo, privato il secondo. E’ stato un contatto intimo a posteriori proprio perché con quel video ha permesso a tutti di entrargli dentro. Non solo ci ha comunicato l’amore per un dipinto, ci ha comunicato l’amore per un mezzo, l’amore per la realizzazione di un sogno, l’amore per una tecnica, l’amore nei confronti del resto del mondo condividendo una cosa del genere senza posti per i campers e i negozi o la pubblicità a negozi e nata per morire poco dopo. Non vorrei mai vederne la foto per una sensazione di pudore. E anche se non esiste più Starry Night, l’ho vista come forse mai l’avrei potuta vedere se chi l’ha creata non l’avesse distrutta: l’ho vista nascere nella mente di qualcuno. E sono ancora commossa. 

   

Bella cosa.  In primis perché è veramente carino fare chiacchiere seduti dopo tutta la chat. Alla fine ci sono persone di cui non hai mai sentito la voce con cui hai cose in comune di cui parlare perché ci hai chiacchierato prima testualmente, ed è divertente perché salti subito la fase dell’imbarazzo, anzi. La arricchisci con onomatopee e risate che prima avevano la forma e la sostanza di un “har har har” o di uno “Squeack!” così come le leggete voi. In secundis perché è e rimane la forma più unica ed assoluta di innovazione in Second Life per fare conferenze pubbliche. La chat testuale permette la moderazione e l’ordine nelle domande, l’invoice permette all’oratore di parlare liberamente dando quanta più informazione possibile (io sono la tastiera più veloce del West e non conto, ma in genere si fa prima a parlare che a scrivere, e poi vogliamo mettere il tono di voce?). Prima o poi devo parlare assolutamente di come è stata la mia esperienza di insegnamento in UnAcademy, e di come siamo riusciti a sfruttare subito il mezzo nel migliore dei modi, e lo farò, è una mia intenzione:).Seguire una conferenza in Second Life, come mi è capitato oggi, esclusivamente via chat è non solo noioso ma confusionario e frustrante. E non è colpa dei relatori o degli argomenti, ma di un uso scorretto dello strumento. Non va bene quando tanta gente ascolta uno solo, lo tempesta di domande, risponde o saluta o interviene o dice le cose che gli passano per la testa senza che ci sia alcuna soluzione di continuità nel fluire del testo così composto. Peccato perché non avere capito questo vuol dire avere sprecato un’occasione, e del tempo condiviso (cioè il mio più quello di tutti gli altri avatar in ascolto, che messo insieme fa tanto!). Terza ed ultima, bellissima l’esperienza dell’invoice nella land più famosa tra gli italiani. Senza l’invoice si perde qualcosa. E sarebbe, nell’ordine: la musica che la gente sta ascoltando al computer (non quella in streaming, proprio quella che ascolta per i fattacci suoi mentre ci parla :D ); i vari ‘miaooo’ e ‘bau’ e suoni vari delle gesture degli avatar più sofisticati e meglio espressivi, le chiacchierate che si sentono settando le preferences su avatar position, che ti permette di avvicinarti ai gruppetti e sentire le cose che si e ti dicono anche se stai zitto; gli effetti sonori che vengono lanciati random dagli avatar (come i dj in discoteca che lanciano gli stacchetti) che, nel caso di specie, ricordavano le gag dei Prophilax se non erano loro del tutto :D  (per chi se lo sta chiedendo no, non c’era Dora né Marino Sumo, ma eravamo li). Ecco, andandoci senza l’invoice avevo visto gente che si dava fuoco e gatti vari e altre cose e, cavolo, mi ero persa un incremento importante. Soprattutto, in Second Life dove la maggioranza è americana, fa tanto riconoscere il deh di Livorno: come sentire o’sole mio a Tokyo o in un taxi nella periferia di Cardiff, come mi è capitato.

Siamo tutti curiosi, siamo tutti affamati di sapere e di conoscere le cose, altrimenti non saremmo qui. A giocare, a sperimentare, a raccontarci cosa abbiamo visto e cosa abbiamo fatto e cosa abbiamo scoperto. Ogni giorno che passa è una nozione in più, un  piccolo passo,  un incremento di conoscenza. A quello che si apprende va aggiunto il livello umano dello scambio di esperienze.Non mi saprei figurare una sessione di Second Life senza pensare che poi quello che scopro non lo racconterò a nessuno, non manifesterò le mie perplessità, non batterò piano con il gomito a un compagno come a dirgli “Ma dai, non lo trovi buffo anche tu?”. E’ essenziale. Ci deve essere una fase della conoscenza e dell’esplorazione dove la condivisione diventa parte integrante del gioco. Lo rende worth it, meritevole di essere continuato.Oggi mi sono vestita da scema per una caccia al tesoro, ho scoperto un sacco di land dove mentre prendevo i vestiti che mai avrei voluto mettere ne ho trovati altri che metterò di sicuro. E nel frattempo sperimento e mi accorgo che la mia percezione dell’esperienza come avatar è una cosa nuova ed inedita rispetto a quanto sono stata abituata finora a fare con gli altri mezzi di comunicazione. Così come ci si affeziona al proprio nick, al proprio blog, si cura un template, si intrecciano relazioni umane attraverso link e letture quotidiane di quello che pensano e dicono altre persone che ci piacciono, i meccanismi si ripetono in un ambiente 3d.Anzichè di un’apparenza testuale l’identificazione avviene con l’avatar, il pupazzetto che ci rappresenta fisicamente.Solo stasera, ad esempio, ho notato l’imbarazzo per la propria nudità.Ho visto un uomo nudo in gruppo e la sua mancanza di vestiti quali che fossero, dovuta probabilmente ad un lag che ogni volta che tentava di indossare qualcosa gli faceva crashare il programma, ha imbarazzato tutti, lui compreso. E anche io, quando ho dovuto mettermi i guantoni da pugile e i pantaloncini, mi sono sentita nuda (oltre che vestita in un modo in cui non volevo affatto essere vista dagli altri) e ho messo in tutta fretta la biancheria intima (almeno quella). E, ancora, alla fine della serata, quando ho passato ad un mio amico un vestito femminile (dire bruttissimo non renderebbe l’idea, orrendo nemmeno, immettibile neppure, inarrivabile forse, ma con questo posso solo stimolare chi legge a pensare a quanto di peggio si possa indossare, e così so che ho reso l’idea :D ) sono andata nell’angolo a vedere se era crashato e mi sono accorta che si stava cambiando d’abito, e mi sono allontanata imbarazzata. E nemmeno lui si è cambiato i vestiti davanti a noi. E quando ho fatto notare ad una ragazza che aveva le mutande parecchio visibili dai jeans si è imbarazzata anche lei, perché non se ne era accorta.Noto, insomma, che abbiamo pudore del nostro avatar, e che non è una cosa solo mia. Che dietro quel pupazzo, che tutti quanti abbiamo fatto quanto più simile alla realtà e alla fantasia che ci appartiene, esiste un perimetro simile a quello della sfera fisica e privata del nostro corpo. Sfera fisica e privata che è percepita innanzitutto dal nostro cervello, anche se poi di fatto esso processa sensazioni fisiche come gli sguardi altrui, il contatto non desiderato, l’odore eccetera. E il cervello ha, in una realtà virtuale, il seguente adattamento: percepisce con gli occhi, guardando la scena e rendendosi conto che non è solo. Con gli occhi e basta, infatti se guardi solo la chat e parli e poi ti rendi conto che nel frattempo qualcuno ti è venuto addosso fermandosi sul tuo avatar, ne recepisci la presenza come fosse fisica.E’ il cervello, non solo il movimento dell’avatar preconfigurato da Mr. Linden (che infatti, quando viene in contatto con un altro avatar si ritrae e si sposta spontaneamente un pochettino), che risponde con una reazione come di ricognizione e di spostamento, presa di distanza fisica. E lo fa con la reazione, qualunque essa sia, che avresti avuto se quel contatto, accidentale o voluto che fosse, lo avessi sentito sulla tua propria pelle. Il problema, se vogliamo trovarne uno, è che non potrai mai guardare negli occhi quella persona che ti è venuta addosso, e dirgli con lo sguardo e con quello che pensi in quel preciso momento “Che cosa fai?”. Gli avatar, infatti, non si guardano negli occhi. Anche se gli occhi servono, perché il contatto e la percezione della presenza è un’esperienza che si processa proprio attraverso gli occhi e l’immedesimazione del nostro corpo con l’avatar: una cosa che al cervello basta perché un’idea, una comunicazione, è sufficiente come informazione per provocare tutte le reazioni del caso. E penso che la percezione di un confine corporeo e di una sostanza corporea, in un mezzo di comunicazione, sia un inaudito incremento di umanità, oltre che di informazione.