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Siamo tutti curiosi, siamo tutti affamati di sapere e di conoscere le cose, altrimenti non saremmo qui. A giocare, a sperimentare, a raccontarci cosa abbiamo visto e cosa abbiamo fatto e cosa abbiamo scoperto. Ogni giorno che passa è una nozione in più, un  piccolo passo,  un incremento di conoscenza. A quello che si apprende va aggiunto il livello umano dello scambio di esperienze.Non mi saprei figurare una sessione di Second Life senza pensare che poi quello che scopro non lo racconterò a nessuno, non manifesterò le mie perplessità, non batterò piano con il gomito a un compagno come a dirgli “Ma dai, non lo trovi buffo anche tu?”. E’ essenziale. Ci deve essere una fase della conoscenza e dell’esplorazione dove la condivisione diventa parte integrante del gioco. Lo rende worth it, meritevole di essere continuato.Oggi mi sono vestita da scema per una caccia al tesoro, ho scoperto un sacco di land dove mentre prendevo i vestiti che mai avrei voluto mettere ne ho trovati altri che metterò di sicuro. E nel frattempo sperimento e mi accorgo che la mia percezione dell’esperienza come avatar è una cosa nuova ed inedita rispetto a quanto sono stata abituata finora a fare con gli altri mezzi di comunicazione. Così come ci si affeziona al proprio nick, al proprio blog, si cura un template, si intrecciano relazioni umane attraverso link e letture quotidiane di quello che pensano e dicono altre persone che ci piacciono, i meccanismi si ripetono in un ambiente 3d.Anzichè di un’apparenza testuale l’identificazione avviene con l’avatar, il pupazzetto che ci rappresenta fisicamente.Solo stasera, ad esempio, ho notato l’imbarazzo per la propria nudità.Ho visto un uomo nudo in gruppo e la sua mancanza di vestiti quali che fossero, dovuta probabilmente ad un lag che ogni volta che tentava di indossare qualcosa gli faceva crashare il programma, ha imbarazzato tutti, lui compreso. E anche io, quando ho dovuto mettermi i guantoni da pugile e i pantaloncini, mi sono sentita nuda (oltre che vestita in un modo in cui non volevo affatto essere vista dagli altri) e ho messo in tutta fretta la biancheria intima (almeno quella). E, ancora, alla fine della serata, quando ho passato ad un mio amico un vestito femminile (dire bruttissimo non renderebbe l’idea, orrendo nemmeno, immettibile neppure, inarrivabile forse, ma con questo posso solo stimolare chi legge a pensare a quanto di peggio si possa indossare, e così so che ho reso l’idea :D ) sono andata nell’angolo a vedere se era crashato e mi sono accorta che si stava cambiando d’abito, e mi sono allontanata imbarazzata. E nemmeno lui si è cambiato i vestiti davanti a noi. E quando ho fatto notare ad una ragazza che aveva le mutande parecchio visibili dai jeans si è imbarazzata anche lei, perché non se ne era accorta.Noto, insomma, che abbiamo pudore del nostro avatar, e che non è una cosa solo mia. Che dietro quel pupazzo, che tutti quanti abbiamo fatto quanto più simile alla realtà e alla fantasia che ci appartiene, esiste un perimetro simile a quello della sfera fisica e privata del nostro corpo. Sfera fisica e privata che è percepita innanzitutto dal nostro cervello, anche se poi di fatto esso processa sensazioni fisiche come gli sguardi altrui, il contatto non desiderato, l’odore eccetera. E il cervello ha, in una realtà virtuale, il seguente adattamento: percepisce con gli occhi, guardando la scena e rendendosi conto che non è solo. Con gli occhi e basta, infatti se guardi solo la chat e parli e poi ti rendi conto che nel frattempo qualcuno ti è venuto addosso fermandosi sul tuo avatar, ne recepisci la presenza come fosse fisica.E’ il cervello, non solo il movimento dell’avatar preconfigurato da Mr. Linden (che infatti, quando viene in contatto con un altro avatar si ritrae e si sposta spontaneamente un pochettino), che risponde con una reazione come di ricognizione e di spostamento, presa di distanza fisica. E lo fa con la reazione, qualunque essa sia, che avresti avuto se quel contatto, accidentale o voluto che fosse, lo avessi sentito sulla tua propria pelle. Il problema, se vogliamo trovarne uno, è che non potrai mai guardare negli occhi quella persona che ti è venuta addosso, e dirgli con lo sguardo e con quello che pensi in quel preciso momento “Che cosa fai?”. Gli avatar, infatti, non si guardano negli occhi. Anche se gli occhi servono, perché il contatto e la percezione della presenza è un’esperienza che si processa proprio attraverso gli occhi e l’immedesimazione del nostro corpo con l’avatar: una cosa che al cervello basta perché un’idea, una comunicazione, è sufficiente come informazione per provocare tutte le reazioni del caso. E penso che la percezione di un confine corporeo e di una sostanza corporea, in un mezzo di comunicazione, sia un inaudito incremento di umanità, oltre che di informazione.